Corrispondenze dalla preistoria – 6

Il villaggio preistorico presso località Gatto: il nucleo abitato più antico sul territorio di Bussolengo.

Preistoria

Oltrepassato infine l’ultimo boschetto, rimaniamo a bocca aperta: si tratta di un piccolo villaggio fortificato. Le case (o meglio, capanne in legno, argilla e frasche) sono costruite all’interno di un canalone che dalle colline moreniche degrada verso l’Adige, che scorre qualche decina di metri più in giù e che proprio qui sotto forma un’ampia ansa che genera un comodo guado. Ai bordi del fossato in cui si trova il villaggio è innalzata una resistente palizzata, che lo racchiude dai pericoli esterni. Da qui si sorveglia dall’alto il corso dell’Adige, cioè della principale via di commercio dell’epoca in questa regione. Mentre ci avviciniamo al villaggio, ancora fuori della palizzata, notiamo capre al pascolo, sorvegliate a vista da bambini pastori, e anche qualche appezzamento coltivato: spighe di grano.

Inoltre poco lontano, verso l’attuale Pastrengo, scorgiamo una colonna di fumo, che molto probabilmente si alza da qualche altro villaggio: evidentemente su queste colline c’è una rete di villaggi in comunicazione tra loro, che sfruttano queste zone come postazioni sicure, in vista sull’Adige e situate sul percorso che collega la Valpolicella con il Lago di Garda.

Il cacciatore, sempre muto, ci precede facendoci entrare nel villaggio. Gli abitanti, che erano intenti nei loro lavori, come la macellazione di animali e la macinatura di granaglie, si fermano guardando l’arrivo di questi strani individui. Stimiamo che il villaggio, con meno di dieci capanne, abbia alcune decine di abitanti e una buona parte sono bambini o ragazzi. I figli sono numerosi e l’età media degli abitanti ci sembra molto giovane. Probabilmente il passaggio di qualche commerciante estraneo non è una novità, ma dai loro sguardi capiamo che noi siamo percepiti come “strani”: sarà perché siamo condotti al villaggio da un loro membro che ha dovuto interrompere la sua caccia, o per come siamo vestiti: la maggior parte di loro è a torso nudo, o indossa pelle di animale conciata e consumata. L’impressione è quella di un piccolo villaggio abbastanza povero, molto contadino. Inoltre l’odore non è proprio piacevole: ci dev’essere un allevamento di maiali laggiù in fondo. Ma il terreno di calpestio è in terra talmente battuta e compatta da sembrare quasi un pavimento. Questo, ci sembra, garantisce un minimo di pulizia all’interno del villaggio.

Veniamo condotti davanti a una capanna un po’ più grande delle altre, dove un uomo brizzolato e pieno di rughe (che però potrebbe non avere più di 40 anni) ci squadra incuriosito. Il cacciatore gli parla brevemente, in un linguaggio così incomprensibile da non ricordarci nessun appiglio con alcuna lingua, moderna o antica. Il “vecchio” brizzolato, che probabilmente è il capo villaggio, si rivolge a noi e dà subito mostra di saperci fare con il linguaggio mimico e dei segni: evidentemente gli sarà capitato frequentemente di dover parlare con gente venuta da fuori che parla un altro linguaggio. Noi facciamo molta più fatica cercando di spiegare che siamo solo dei viandanti di passaggio, ma alla fine lui sembra capirci. Veniamo così invitati a fermarci a cenare al villaggio, come ospiti di riguardo!

Al centro del villaggio c’è un focolare, che viene accesso e alimentato con rami portati dalla foresta. Sul fuoco viene messa ad arrostire della carne, alcuna cacciata in giornata, altra di maiale dall’allevamento. Il sole è ancora in cielo quando tutti sono già seduti attorno al focolare, accovacciati su panni di pelle messi per terra. Gli sguardi di questa gente, vivaci, attenti, curiosi di ogni nostro minimo movimento, smentiscono ogni stereotipo sulla “ottusità” dell’uomo “primitivo”. Questi uomini, donne e ragazzi non sono affatto primitivi, sembrano molto più svegli e in gamba di tanti umani d’oggi, spesso impalati davanti al computer o alla televisione. La carne è molto buona, si vede che è naturale e senza conservanti! In compenso la verdura, una specie di insalata, mi è sembrata amara, ma almeno so che non è inquinata! Mentre i bambini si allontanano a giocare schiamazzando, diversi adulti (quasi tutti di giovane età) cercano di capire da dove veniamo e dove andiamo… Per fortuna il fatto di esprimerci a gesti ci permette di non inventare strane storie, e così facciamo finta di non essere in grado di spiegarci bene. Probabilmente credono che veniamo da molto lontano, non avendo mai visto tipi così. Per la notte veniamo fatti alloggiare nella capanna del capo villaggio. Solo un telo separa l’angolo del nostro giaciglio dal resto della capanna, abitata dalla sua famiglia, in una promiscuità a cui oggigiorno non siamo più abituati.

Ma la semplicità contadina di quella gente, e le loro attenzioni nei riguardi di ospiti estranei, non ci sono sembrate molto diverse da altre simili realtà dei nostri tempi. Il fatto che noi li consideriamo “primitivi” è solo una conseguenza errata della comodità di classificare le epoche, dove quindi le epoche precedenti all’invenzione della scrittura (o della scrittura come la intendiamo noi) sono state definite preistoria. Quel villaggio sulle Ale di Pol era certamente abitato da una comunità povera e di sussistenza, ma diverse migliaia di anni prima, in altre parti d’Italia e d’Europa, erano già esistite altre comunità che avevano fatto fiorire la cultura, le arti, il commercio, e poi magari erano decadute. Quindi già decine di migliaia di anni fa nascevano “civiltà evolute” che poi decadevano e si alternavano con “comunità di sussistenza”. Il fatto che non usassero la scrittura a cui noi siamo abituati (ma magari altre forme di pittografia) non significa che per certi aspetti non pensassero e agissero in modo “moderno” come noi.

Anche quel villaggio “preistorico” bussolenghese nel corso dei secoli vide periodi di popolamento alternati a periodi di decadenza o abbandono. Venne infine abbandonato per sempre soltanto quando le condizioni storiche furono mutate radicalmente, verso la prima metà del primo millennio avanti Cristo: si era allora in piena età del ferro, e la diffusione di quell’importante metallo, soprattutto in un centro già molto attivo com’era Verona (una delle città più antiche d’Italia, già allora dotata di case in pietra), pose fine alle ultime comunità chiuse nel proprio guscio. Villaggi come quello di località Gatto scomparivano perché non aveva più senso arroccarsi in un villaggio fortificato per difendersi da fiere feroci che non esistevano più. Nuove popolazioni venute da fuori, ognuna con una propria cultura, stavano facendo fiorire i commerci come mai prima. Finivano quindi definitivamente gli ultimissimi residui isolati della preistoria.

E si conclude qui dunque anche il nostro ciclo di “Corrispondenze dalla preistoria”.

 

* I contenuti di questo articolo non sono frutto di fantasia, ma sono elaborati prendendo a riferimento le scoperte archeologiche in seguito agli scavi effettuati con il patrocinio della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto.

Lascia un Commento

I campi con il simbolo * sono obbligatori.

*


Inviando questo messaggio si dichiara di aver letto il regolamento del forum e di accettarne le istruzioni.