L’ultimo saluto a don Fabiano

È stato l’ultimo relatore all’Università popolare. Ecco un affettuoso ricordo del suo più giovane e compianto relatore. 

Fabiano_Forafò

E così se ne è andato in silenzio, nella notte innevata della sua casa di Erbezzo, a soli 35 anni, all’inizio del suo prezioso servizio pastorale presso i giovani, che da qualche anno avevano incominciato a far corpo attorno a lui. Proprio quei giovani che né la famiglia né la scuola riescono più a gestire e coagulare attorno ad un progetto autenticamente educativo.

È stato il nostro ultimo relatore all’Università popolare. La sua era la 12esima lezione e per la 13esima, data della sua dipartita, era previsto il tema: “La fine del mondo”: qualcuno non ha potuto fare a meno di notare nelle date e nei numeri un’inquietante coincidenza.

Gli avevo proposto “La sfida della Chiesa in un società multireligiosa” un tema sentito, perché con la globalizzazione migliaia di persone arrivano da ogni dove del globo ed entrano a contatto con la nostra cultura e la nostra religione. Aveva accettato con entusiasmo e mi aveva chiesto quale taglio dare alla lezione, visto che non si sarebbe trattato della solita predica in Chiesa.

Gli avevo fatto presente che già conosciamo la variegata (e non certo unita) famiglia cristiana: Ortodossi, Protestanti, Anglicani, Evangelici, ma ora l’arrivo di Musulmani (Sunniti, Sciiti), Buddisti, Induisti con le loro religioni, le loro credenze, i loro riti, la loro convinzione di appartenere – anche loro – all’unica, vera, sola religione. Argomentavo che tutto ciò avrebbe innescato possibili cortocircuiti dialettici se non sociali. Necessario dunque conoscere la posizione della Chiesa nei loro confronti e soprattutto sapere se è ancora valida la certezza che non vi è salvezza al di fuori della Chiesa, il famoso “Nulla salus extra ecclesiam”.

Aveva discettato con saggezza e con dottrina, citando il Papa, le encicliche e il magistero della Chiesa: c’è salvezza per tutti, anche per i non battezzati, purché cerchino anche loro la via della verità nelle loro religioni. E aggiungeva: “Ma noi cristiani siamo dei privilegiati, perché abbiamo potuto conoscere il messaggio liberatore del Vangelo”.

E mi aveva raccomandato sorridendo: “Ma non registrare, sai nella Chiesa vi è un continuo confronto di idee su questo argomento e anche da noi ci sono ancora pastori piuttosto ancorati al pre concilio che non ammettono deroghe all’unica salvezza della Chiesa cattolica. E poi non vorrei che il Vescovo mi tirasse le orecchie.”

Ovviamente non ho registrato, ma non ho potuto fare a meno di impedire la venuta del Vescovo qui a Bussolengo sabato mattino, non certo per ammonire il nostro amico don Fabiano, ma per intonare per lui la triste liturgia funebre: “In paradisum deducant te angeli…”. Era stato il nostro più giovane relatore e ci ha preceduto tutti anzi tempo, perciò rimarrà compianto. Ecco allora per quanti si interrogano sul significato della morte dedichiamo un brano significativo, tratto dall’autore de “Il profeta”, un cristiano maronita.

Allora Almitra parlò dicendo: “Ora vorremmo chiederti della Morte”.
E lui disse: “Voi vorreste conoscere il segreto della morte. Ma come potrete scoprirlo se non cercandolo nel cuore della vita? Il gufo, i cui occhi notturni sono ciechi al giorno, non può svelare il mistero della luce. Se davvero volete conoscere lo spirito della morte, spalancate il vostro cuore al corpo della vita. Poiché la vita e la morte sono una cosa sola, come una sola cosa sono il fiume e il mare.

Nella profondità dei vostri desideri e speranze sta la vostra muta conoscenza di ciò che è oltre la vita. E come i semi sognano sotto la neve, il vostro cuore sogna la primavera.  Confidate nei sogni, poiché in essi si cela la porta dell’eternità.  La vostra paura della morte non è che il tremito del pastore davanti al re che posa la mano su di lui in segno di onore.In questo suo fremere, il pastore non è forse pieno di gioia poiché porterà l’impronta regale? E tuttavia non è forse maggiormente assillato dal suo tremore? Che cos’è morire, se non stare nudi nel vento e disciogliersi al sole? E che cos’è emettere l’estremo respiro se non liberarlo dal suo incessante fluire, così che possa risorgere e spaziare libero alla ricerca di Dio?  Solo se berrete al fiume del silenzio, potrete davvero cantare. E quando avrete raggiunto la vetta del monte, solo allora avrete cominciato a salire. E quando la terra esigerà il vostro corpo, allora comincerà per voi davvero il ballo!” (Kahlil Gibran)

Un commento

  1. Molto bella la citazione dal poeta libanese-americano Gibran. E' un bel modo per ricordare don Fabiano.

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