Accabadora, l’ultima madre

Una donna incaricata di porre fine alle sofferenze di persone malate terminali. Dopo l’8 marzo ecco il ritratto di questa figura femminile poco conosciuta.

L'accabadora

In occasione della festa della donna l’Unipop scopre la singolare figura di una donna inquietante e liberatrice allo stesso tempo, ricordando che in molte culture solo la donna è presente sia nel momento della nascita che del trapasso, spesso pietosamente agevolato: ecco perché questa donna è detta “l’ultima madre”. Con il termine sardo “femina accabadora” si soleva indicare una donna incaricata di porre fine alle sofferenze di persone anziane, ma non necessariamente, in condizioni di salute così compromesse da far richiedere, da parte dei familiari, una sorta di “eutanasia ante litteram”.

Sconosciuta ai più fino a poco tempo fa, il personaggio della accabadora è venuto rapidamente alla ribalta grazie ad un fortunato libro di una giovane autrice sarda: Michela Murgia, che racconta la storia di “tzia” Bonaria Urria, sarta e accabadora del paesino di Soreni, e della sua figlia d’anima, Maria. Il libro ha avuto un notevole riscontro di pubblico e di critica, tanto da essere stato insignito del premio Campiello nel 2010 e, tratto da esso, è ora in lavorazione un film per la regia di Emanuela Rizzotto.

Nonostante la visibilità che l’opera della Murgia ha dato al personaggio, questo rimane tuttavia alquanto misterioso ed ancora oggi se giornalisti, studiosi o curiosi si recano ad intervistare le persone che ancora vivono nel luoghi in cui questa figura femminile è stata presente e operativa, queste dimostrano notevole reticenza e un atteggiamento piuttosto omertoso, dato che la femmina accabadora è non solo una figura misteriosa, ma anche inquietante.

Il termine accabadora deriva dallo spagnolo-castigliano “acabar”: porre fine, porre termine, oppure dal sardo “accabadare”: dare un colpo sulla testa” o infine forse anche dall’ arabo “hacabar”: “porre qualcuno a cavallo per farlo partire”. Capire chi sia questo personaggio significa anche comprendere la necessità storica e culturale della sua presenza e del suo operato nel periodo che le è appartenuto, ma anche coglierne il fascino, magari un po’ sinistro, ma sicuramente reale.

Per comprendere chi fosse l’accabadora bisogna spostarsi nell’unica regione italiana in cui è stata una realtà per lungo tempo, ovvero la Sardegna. Questa regione ci è sempre stata presentata – almeno fino agli anni 50 in cui è stata fatta oggetto del fenomeno del turismo d’elite voluto dalla Aga Khan sulla costa Smeralda – come una terra aspra e selvaggia, battuta dai venti di maestrale, che si reggeva su un’economia non molto florida, su un’agricoltura poco meccanizzata, sulla coltivazione della quercia da sughero, sull’industria estrattiva, ma soprattutto sulla pastorizia, detenendo la Sardegna oltre il 50% del patrimonio ovino italiano.

Va ricordato inoltre che in questa regione, sia per l’impervietà del territorio, sia per l’arretratezza dei mezzi, fino al secolo scorso le strade non erano particolarmente agevoli e praticabili rendendo quindi le comunicazioni spesso difficoltose coi centri maggiori di Cagliari Nuoro e Sassari. Pertanto molti centri di zone piuttosto isolate quali la Gallura, la Barbagia, il Campidano e il basso nuorese trovavano obiettive difficoltà a raggiungere le città di cui sopra, provviste comunque di maggiori servizi e di infrastrutture, e pertanto le comunità di questi luoghi erano spesso obbligate ad arrangiarsi e ad essere autonome anche nelle situazioni più critiche.

Qualora in una di queste zone maggiormente depresse ed isolate si ponesse ad una famiglia la realtà di un malato grave, praticamente terminale, che però trascinava una lunga e dolorosa agonia senza riuscire a morire, il problema diventava drammatico. Lo era non solo per motivi affettivi, ma soprattutto pratici, in quanto in queste realtà contadine non ci si poteva permettere il lusso di trattenere a casa qualcuno preposto a vegliare il povero malato, in quanto il lavoro agricolo e la cura delle greggi era l’unica possibilità di sussistenza e le braccia di nessuno potevano essere sottratte. Inoltre va tenuto presente che in Sardegna, terra che per il suo carattere di insularità e isolamento, ha sempre dato credito a superstizioni e credenze particolari, si pensava che una lunga agonia fosse l’effetto di un grave peccato commesso in passato dalla persona, e mai espiato, che impediva all’anima di staccarsi dal corpo, mantenendolo in una dolorosa situazione detta “penitenzia de morte”.

Pertanto all’ inizio la famiglia si rivolgeva alla figura del sacerdote che, accompagnato da un gruppetto di persone che costituivano la “compagnia della buona morte”, si recava nella casa del malato per recitare preghiere e formule assolutorie, nella speranza che la cosa trovasse una sua naturale soluzione. Altra pratica cui si ricorreva, se fallita la precedente, era la cerimonia dell’ “ammentu”( ricordo) in cui l’intera famiglia si poneva al capezzale del malato anche per un intera giornata, ricordandogli che il suo tempo terreno era finito, e invitandolo a ricordare i suoi peccati commessi in vita ed esortandolo a pentirsene per poter permettere alla sua anima di liberarsi.

Quando però anche questa cerimonia fosse risultata inutile, non restava che rivolgersi all’accabadora e chiedere il suo intervento, (anche perché un ricovero ospedaliero era impensabile, non solo per le già citate difficoltà di spostamento nei centri preposti, ma anche perché la medicina dell’ epoca non poteva contare sulle risorse farmaceutiche e mediche di oggi e atte da accompagnare l’ ultimo percorso di una persona in modo dignitoso). Ella si recava alla casa del morente sempre di notte, trovando l‘uscio già aperto e la casa vuota, in quanto non voleva testimoni al suo operato, anche perché riteneva che l’affetto dei parenti avrebbe potuto costituire un ostacolo alla liberazione dell‘ anima dal corpo. Dopo aver tolto dalla stanza tutti i simboli religiosi e le eventuali “pungas”, ovvero amuleti e talismani che la persona possedeva e che avrebbero potuto ostacolarne il transito, procedeva ad aiutarlo ad andarsene, a compiere il suo ineluttabile destino…

Il giorno dopo infatti le campane a morto avrebbero potuto suonare anche per quell’anima e a lei, l’accabadora, qualcuno avrebbe portato il suo compenso, che non era mai in denaro, ma in generi di prima necessità quali: olio, pane, formaggio di pecora. Questa pratica dell’accabadura sarda non deve stupire poi molto in quanto il rapporto che queste comunità agro pastorali avevano con la morte era assai diverso da quello che concepiamo noi: la morte era ritenuta un fatto naturale, come la nascita, e così come era giusto e lecito aiutare una persona a nascere, era altrettanto giustificato aiutarla anche a morire.

Tuttavia l’accabadora non era mai percepita come un’assassina o un’omicida, ma anzi godeva del rispetto e della considerazione della comunità che riteneva il suo un gesto di pietosa misericordia. Pertanto, non “ucciditrice” o “accoppatrice”, come ritengono certi autori, bensì semplicemente accabadora, ovvero colei che pone un termine ad una sofferenza. Il modo di procedere di questa signora poteva variare da paese a paese: alcune ricorrevano a “su mazzolu” , bastone di legno di olivastro , detto “martello della femmina accabadora” lungo circa 40 cm, che, tagliato su misura, diveniva la testa del martello con cui assestava un colpo deciso sulle tempie o sulla nuca, provocando una morte rapida e indolore, altre invece ricorrevano al soffocamento o tramite un cuscino premuto sul volto o con le loro stesse mani. Più raro l’uso dell’ “osso sanadore” o “osso della misericordia” costituito appunto da un osso di cavallo assai appuntito che veniva infilato nella giugulare. L’accabadora era in genere una persona piuttosto anziana, spesso vedova e indigente che si guadagnava da vivere con l’ elemosina o con questa pratica dell’accabadura. Spesso però nella vita era stata una ”levadora” ovvero una levatrice, un’ ostetrica e pertanto la si riteneva “femmina pratica”, poiché chi è esperto nel saper portare alla vita, alla luce, poteva essere parimenti la persona più adatta anche per accompagnare verso la morte e il buio. E perciò che veniva anche chiamata “l’ultima madre”

La chiesa è sempre stata conoscenza dell’operato della accabadore e l’ha sempre ovviamente condannato, pur se costretta ad accettarne comunque il perdurare. Nonostante la feroce crociata che anche due sacerdoti gesuiti, padre Giovanni Vassallo e padre Bonaventura Licheri, condussero tra fine 700 e primi 800 contro queste donne definite “dimonie” e “mercanti di morte”, la pratica restò in uso fino alla fine degli anni 50 del Novecento. In particolare gli ultimi due casi risultano essere stati quelli del 1954 a Luras e del 1959 ad Oristano.  Le due accabadore in questione furono denunciate per omicidio, ma anche assolte, in quanto si ritenne che il loro fosse stato atto di misericordia. Nel museo etnografico di Luras esiste ancora un esemplare, forse l’unico rimasto in Sardegna, di “mazzolu” ovvero del martello della accabadora. Nonostante si potesse pensare il contrario questa pratica era appannaggio solo di donne, non risultano uomini attivi in questa forma di eutanasia.

E nonostante nel buio periodo dell’Inquisizione, in cui molte donne fattucchiere, bigame, eretiche erano denunciate e messe a morte, non risulta tra esse nessuna femmina accabadora, segno che la popolazione le proteggeva, le nascondeva e non le denunciò mai in quanto ritenute indispensabili alla comunità. Il loro gesto è infatti la fine pietosa e benevola di una vita diventata troppo sofferente. Infine è da ricordare che il geronticidio, ovvero la soppressione di anziani terminali, era pratica non solo sarda ma già conosciuta nell’ antichità presso i cartaginesi, gli sciti, i greci, i cantabrici, i latini.

2 Commenti

  1. Ho letto il bellissimo libro della Murgia e questo personaggio mi ha affascinato e sconvolto.Leggo ora molte nuove informazioni su questa donna davvero misteriosa e ho appreso tante cose che volevo appunto approfondire. Un bel contributo davvero,completo ed esauriente, che mi ha molto e colpito e interessato.

  2. Piacevole sorpresa apprendere che a Bussolengo si muove anche una università popolare, piacevolissimo anche leggere questo articolo che è praticamente un inno alla donna: confesso la mia ingnoranza, non conoscevo questa realtà sarda, questa figura così inquietante eppur così "salvifica" nella risoluzione finale. Una cosa però ho sempre saputo: è la donna che muove ed ha sempre mosso il motore della vita e della storia. Ma troppo spesso nè la vita nè la storia le sono state grate, anzi! E questa donna accabadora è riuscita anche a sfuggire le scomuniche della Chiesa, che non ha mai mollato di un millimetro sulla caparbia difesa della vita dal concepimento fino alla morte naturale, senza eccezioni. Grande donna!

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